Era una cosa che non mi sarei mai immaginato di fare: camminare per giorni e giorni, zaino in spalla, lungo il Cammino di Santiago.

Non sapevo bene a cosa stavo andando incontro, solo che ci sarebbero stati sentieri infiniti, piedi doloranti e tanto tempo per pensare.

All’inizio sembrava quasi una gita normale, come quelle con la scuola, ma presto il Cammino ha iniziato a mostrarsi per quello che è: un viaggio dentro e fuori di me

 Ogni mattina sveglia presto, freddo, e il rumore dei miei passi sul sentiero. I primi giorni ero concentrato su quanto fosse stancante, su quanto lo zaino fosse pesante. Ma poi, pian piano, ho iniziato a notare quello che c’era intorno: la nebbia che si alzava dai campi, i borghi addormentati, le colline infinite che sembravano non finire mai. Ho incontrato persone di ogni parte del mondo, ognuna con una storia diversa.

Ci raccontavamo le nostre vite la sera, negli ostelli, condividendo piatti di pasta improvvisati e racconti che spesso ci facevano ridere e altre volte stare in silenzio.

La fatica ci avvicinava, e ogni passo, ogni risata e ogni parola sembravano far parte del viaggio. Un giorno, mentre camminavo da solo, ho capito che stavo vivendo qualcosa di speciale.

Camminavo senza fretta, sentendo solo il vento, gli alberi e il silenzio. Arrivare a Santiago è stato incredibile, ma quasi non mi importava più della meta: il vero Cammino era stato tutto quello che avevo vissuto per arrivarci.

Alla fine del viaggio, guardando la cattedrale, ho sentito una pace strana, una di quelle sensazioni che ti restano dentro anche quando torni a casa

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